La libertà di seguire una regola
Quando abbiamo smesso di considerare le regole qualcosa di buono?
È una domanda che mi pongo spesso.
Viviamo in un'epoca in cui la parola "regola" sembra quasi avere un'accezione negativa. Una regola è qualcosa che limita, che impone, che toglie libertà.
Il dovere, poi, sembra essere diventato ancora più scomodo.
Facciamo ciò che ci va, quando ci va, nel modo che ci fa stare meglio. Cerchiamo la soluzione più semplice, la strada più breve, il modo più comodo.
E quando una regola ci chiede qualcosa che non abbiamo voglia di fare, spesso cerchiamo immediatamente un'eccezione.
Una scorciatoia.
Un modo per aggirarla senza doverci davvero confrontare con ciò che ci sta chiedendo.
Forse perché abbiamo iniziato a confondere la libertà con l'assenza di vincoli.
Ma la libertà, quella vera, è un'altra cosa.
Da bambini impariamo che esistono delle regole.
A scuola si arriva in orario. Si studia anche quando non se ne ha voglia. Si fanno i compiti. Si aspetta il proprio turno. Si ascolta.
Nello sport ci si allena.
Si va agli allenamenti anche quando piove, quando si è stanchi, quando si preferirebbe rimanere a casa.
Si ripete lo stesso esercizio.
Ancora.
E ancora.
Finché il gesto diventa preciso, naturale, quasi istintivo.
Nella musica si studiano le scale.
Nella danza si ripetono i passi.
In qualsiasi disciplina che richieda competenza, esiste una forma di disciplina.
Eppure, quando si parla di yoga, improvvisamente sembra che tutto questo possa essere superfluo.
"Vorrei fare yoga, ma solo quando ho tempo."
"Questa settimana non riesco."
"Quella posizione non mi piace."
"Questa pratica è troppo difficile."
"Preferisco qualcosa di più dinamico."
"Posso cambiare sequenza?"
"Non posso fare un'altra cosa?"
E così, poco alla volta, anche lo yoga rischia di diventare lo specchio della nostra epoca: una pratica completamente adattata alle nostre preferenze, ai nostri umori, ai nostri desideri del momento.
Una pratica che ci offre esattamente ciò che vogliamo.
Quando lo vogliamo.
Come lo vogliamo.
Ma se lo yoga deve soltanto confermare ciò che già desideriamo, quale spazio rimane per la trasformazione?
L'Ashtanga, per me, parte da un presupposto completamente diverso.
La pratica esiste prima di noi.
La sequenza è lì.
Le regole sono lì.
Il respiro è lì.
La disciplina è lì.
E noi entriamo in relazione con tutto questo.
Non per sottometterci a una regola fine a se stessa, ma per scoprire cosa succede quando scegliamo di rispettarla.
È una differenza enorme.
Perché seguire una regola non significa necessariamente perdere la propria libertà.
A volte significa, al contrario, conquistare la possibilità di andare più in profondità.
La sequenza dell'Ashtanga è conosciuta.
Il respiro accompagna il movimento.
Le posture seguono un ordine preciso.
La pratica ha una struttura.
E questa struttura, invece di imprigionarci, crea uno spazio.
Uno spazio dentro il quale possiamo osservare noi stessi.
Non dobbiamo ogni giorno decidere cosa fare.
Non dobbiamo inventare una nuova pratica.
Non dobbiamo cercare continuamente qualcosa che ci sorprenda.
Dobbiamo semplicemente presentarci.
E praticare.
È qui che entra in gioco la disciplina.
La disciplina, nella sua forma più autentica, non è rigidità.
È fedeltà.
È fare ciò che abbiamo scelto di fare anche quando l'entusiasmo iniziale è passato.
È mantenere una promessa fatta a noi stessi.
È andare sul tappetino quando siamo stanchi.
È praticare quando la mente preferirebbe fare altro.
È accettare che alcuni giorni la pratica sarà bellissima e altri sarà faticosa.
È smettere di aspettare il momento perfetto.
Perché il momento perfetto, semplicemente, arriva raramente.
La disciplina ci insegna qualcosa che il nostro tempo sembra aver dimenticato: non tutto ciò che è importante deve essere piacevole nell'immediato.
Ci sono cose che diventano belle dopo averle attraversate.
Ci sono risultati che arrivano soltanto dopo anni.
Ci sono capacità che richiedono centinaia di ripetizioni.
Ci sono relazioni che hanno bisogno di tempo.
Ci sono persone che diventano importanti perché abbiamo scelto di rimanere anche quando sarebbe stato più facile andare via.
E c'è una pratica che diventa profondamente nostra proprio perché l'abbiamo praticata anche nei giorni in cui non ne avevamo voglia.
Oggi, invece, sembra che ogni difficoltà debba essere immediatamente eliminata.
Se qualcosa è faticoso, cerchiamo un'alternativa.
Se qualcosa richiede tempo, cerchiamo un metodo più veloce.
Se una regola ci sembra scomoda, cerchiamo di interpretarla a nostro vantaggio.
Se un percorso richiede costanza, ci chiediamo se esista qualcosa di più semplice.
Anche nello yoga accade.
Nascono continuamente nuovi metodi, nuove formule, nuove combinazioni.
Pratiche sempre più brevi.
Sequenze sempre diverse.
Lezioni costruite per adattarsi a ogni esigenza.
Tutto viene modificato, semplificato, personalizzato.
E certamente esistono ottimi motivi per adattare una pratica alle necessità di una persona.
Ma c'è una differenza tra adattare con intelligenza e modificare continuamente per evitare ciò che ci mette in difficoltà.
La prima è consapevolezza.
La seconda è una scorciatoia.
E le scorciatoie, nello yoga come nella vita, raramente conducono in profondità.
Forse abbiamo dimenticato che una regola può essere anche una forma di cura.
Un insegnante che ti chiede di arrivare puntuale sta proteggendo la pratica di tutti.
Una sequenza che non cambia ogni giorno ti permette di osservare il tuo cambiamento.
Un orario fisso ti aiuta a costruire un'abitudine.
Una disciplina condivisa crea una comunità.
Un metodo trasmesso nel tempo ti mette in relazione con qualcosa che esisteva prima di te e che, forse, continuerà a esistere dopo di te.
Questo è uno degli aspetti dell'Ashtanga che amo di più.
La pratica non nasce da noi.
Noi la riceviamo.
La studiamo.
La pratichiamo.
La trasmettiamo.
E, nel farlo, diventiamo parte di una storia più grande della nostra singola esperienza.
Non dobbiamo reinventare tutto.
Possiamo imparare.
Possiamo ascoltare.
Possiamo avere la pazienza di seguire.
E, soprattutto, possiamo scoprire che esiste una libertà diversa da quella che ci viene proposta ogni giorno.
La libertà di scegliere una regola e rispettarla.
La libertà di decidere che qualcosa merita il nostro tempo.
La libertà di smettere di cercare continuamente alternative.
La libertà di dire: "Questo è ciò che ho scelto. E oggi lo faccio."
È una libertà silenziosa.
Non fa rumore.
Non ha bisogno di essere raccontata.
Si costruisce lentamente, attraverso gesti piccoli e ripetuti.
Presentarsi.
Praticare.
Ascoltare.
Ripetere.
Rimanere.
Forse è questo che la disciplina può ancora insegnarci.
Che non tutto deve essere facile.
Che non tutto deve essere immediatamente gratificante.
Che non ogni ostacolo è un segnale che dobbiamo cambiare strada.
A volte l'ostacolo è semplicemente parte della strada.
E forse, prima di cercare l'ennesima scorciatoia, dovremmo avere il coraggio di chiederci una cosa molto semplice:
Che cosa accadrebbe se, per una volta, invece di cercare un modo per aggirare la regola, provassimo semplicemente a seguirla?
Forse scopriremmo che la disciplina non ci toglie libertà.
Forse è proprio lei a restituircela.
Perché quando impariamo a governare le nostre scelte, invece di essere governati dai nostri impulsi, qualcosa cambia.
Anche sul tappetino.
Anche fuori dalla shala.
E forse, lentamente, impariamo che la vera libertà non è poter fare sempre ciò che ci va.
È avere la forza di fare ciò che abbiamo scelto.